La non competitività globale dell’Italia

Il Global Competitiveness Index, calcolato sulla base di 12 pilastri fondamentali, ciascuno dei quali a sua volta composto di diversi fattori, vede l’Italia al 49esimo posto nel report 2013-14, 7 posti persi rispetto al precedente GCI 2012-13, su 144 Paesi. I posti in classifica per ciascuno dei 12 “pillars” sono i seguenti (tra parentesi il precedente posizionamento):
1- Institutions 102 (97)
2- Infrastructure 25 (28)
3- Macroeconomic environment 101 (102)
4- Health & primary education: 26 (25)
5- Higher education and training 42 (45)
6- Goods market efficiency 87 (65)
7- Labor market efficiency 137 (127)
8- Financial market development 124 (111)
9- Technological readiness 37 (40)
10- Market size 10 (10)
11- Business sophistication 27 (28)
12- Innovation 38 (36)
Io credo che probabilmente il mondo sia davanti all’inesorabile messa in discussione di un modello con il fiato corto, per cui più che a una ripresa, io penserei che piuttosto la maggior parte dei Paesi stia tentando di prepararsi ad un profondo sovvertimento. L’Italia no, spicca per la sua perdita di quota anche nel ranking relativo, e soprattutto per il suo precipitare proprio in quei fattori che già la vedevano in posizione drammatica, maggiori responsabili della nostra scarsa competitività: l’efficienza del mercato del lavoro, che già ci vedeva nelle peggiori posizioni (127), ormai si avvicina alle ultime posizioni, grazie a valutazioni sopra la posizione 110 in 6 degli otto fattori di valutazione (insomma, non va bene proprio niente). Drastico peggioramento nel mercato finanziario, posto da 111 a 124 in un anno (difficile accesso ai crediti, servizi finanziari costosi e poca disponibilità dei venture capitals, diritti legali i principali imputati); e l’efficienza dei mercati dei beni, già in una poco onorevole posizione 65, precipita a 87, con peso determinante degli effetti fiscali, tra i peggiori al mondo. Peggiora il già messo male ranking delle istituzioni, grazie a disastrose valutazioni in “burden of government regulation” (142 terz’ultima mondiale!), “efficiency of legal framework in setting disputies” (139), stessa posizione di “transparency of government policymaking”; la casta sta anche in “efficacy of corporate boards”(134); e tutte con pari classifica si danno la mano “public trust in politicians”, “organised crime”, “efficiency of legal framework in challenging regs”, al posto 131: 7 dei 22 fattori su cui si valuta il nostro sistema istituzionale sono insomma oltre il posto 130 su 144. E un bell’ottavo fattore è “wastefulness of government spending”, anche lui ad un bel 126esimo posto. Nessuno, ma proprio nessuno degli altri fattori riesce a meritarsi posti sotto il 52esimo.
Un pilastro che resta lì dov’è (101esimo contro 102 dell’anno precedente) è il contesto macroeconomico, di certo non una posizione da leccarsi i baffi.
A questi segni di un Paese che precipita unisco alcune considerazioni da “ricchezza e disuguaglianza in Italia”, paper reperibile sul sito di Banca d’Italia: fatti 100 gli indici del 1965, la ricchezza netta pro capite al netto del debito pubblico sta oltre 600; potrebbe essere un buon risultato, se non fosse che il 10% della popolazione ne detiene quasi il 50%, con distribuzione sempre più diseguale. Inoltre il PIL è cresciuto metà della ricchezza, ad indicare la crescente rilevanza delle condizioni patrimoniali su quelle reddituali, insomma di quanto risalente al passato rispetto a quanto possibile procurarsi giorno per giorno. E difatti, quasi a coronamento di un sillogismo, il patrimonio è distribuito molto meno uniformemente dei redditi (indice di Gini del primo 0.69; 0.27 per i redditi; una distribuzione uniforme ha Gini=0). Come dire che non siamo in una condizione in cui la voglia di lavorare può saltarci addosso e, se proprio dovesse, è probabile sia meglio andarla a sfogare in un altro paese.

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2 risposte a La non competitività globale dell’Italia

  1. fausto ha detto:

    “…il PIL è cresciuto metà della ricchezza, ad indicare la crescente rilevanza delle condizioni patrimoniali su quelle reddituali…”.

    Per forza! Tassiamo i redditi dei dipendenti di mezza tacca, che sono anche gli unici destinatari dell’IVA (gli altri la compensano o la eludono). Le altre nazioni europee tassano i patrimoni nella consapevolezza che siano essi ad identificare la ricchezza; noi abbiamo deciso di suicidarci, tassiamo il lavoro. Che sarebbe come se l’Arabia si mettesse a tassare le perforazioni, vi immaginate? Stiamo tassando a morte l’unica cosa che può salvarci.

    Comunque grazie per il promemoria: ora ho chiaro in mente che facciamo sempre più pietà ogni giorno che passa.

  2. sesto rasi ha detto:

    di nulla fausto. Magari funzionasse da promemoria per più gente possibile. Siamo ridotti a mugugnare rabbiosamente ma i numeri mica ce li abbiamo troppo in testa

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